Ci sono tanti sistemi per dissertare sulla fantascienza. Il più comune, il più pomposo e forse anche il più ingenuo, è incominciare dicendo: «La fantascienza è…» il classico inizio con cui si comincia nel tema delle scuole medie, ormai abbandonato da ogni persona adulta. Il più intellettuale è riempirsi la bocca di una lunga serie di lunghe parole molto difficili a pronunziarsi e truccare tutto da ponderoso saggio riservato a pochi; questo saggio, se introdotto nell’analizzatore semantico di Asimov si risolverebbe in un «La fantascienza è…».
Poi c’è il metodo pragmatistico: si prendono dei buoni racconti di fantascienza, si traducono con cura e li si presenta in Gamma. Naturalmente, questi racconti vengono selezionati con un determinato filo conduttore, e in questo numero abbiamo ritenuto troppo facile scegliere dei buoni racconti tutti sui robot o tutti sulla sociologia; abbiamo preferito invece scegliere un filo molto più tenue, ma importantissimo per noi; è sempre possibile trattare un vecchio argomento in modo nuovo, e nel caso nostro fare della fantascienza nuova su temi sui quali si suppone che non ci sia più nulla da dire.