
Benedetta Fazzino - Munog (2024)
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Un trip in cui l’underground sta nell’oggetto fisico
Fazzino accompagna chi legge in un viaggio fisico e insieme metaforico in cui l’entrata nella foresta, locus horridus e al contempo amoenus, e comunque topos letterario significativo, immediatamente riconoscibile e - nel caso di Munog - fondante nell’economia della narrazione, diventa una ricerca di senso, un filo rosso legato ai rami e alle cortecce per non perdersi. Un trip in cui l’underground sta nell’oggetto fisico, nei suoi stili tecnici e lettaralmente nella catabasi che vive chi sfida la soglia consapevole del rischio di non far ritorno: va nella selva chi sfida i limiti, le convenzioni e le divinità imposte, si addentra chi impara a non temere di perdere il proprio corpo e di sottrarlo nella sua forma primaria a chi non potrà piangerlo o seppellirlo.
Alla spinta al basso di questa descensus ad inferos Fazzino peró crea e contrappone un movimento capace di esplorare altre direzioni e dimensioni: elevazione ed espansione sono infatti le direttrici che bilanciano lo sprofondare nel buio e nella perdita di senso, i vettori che permettono la metamorfosi zoomorfa e l’espansione panica che porta chi entra nella selva a farne e diventarne parte, riplasmandone (e rinnovandone) dolorosamente i confini.
Giacomo Guccinelli