
Anton G. R. C. Thiene - Una poco di buono (2026)
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Quella? Una poco di buono. Lo dicono due donne su una panchina, a Palermo, ogni mattina, guardando Elena Russo scendere dal portone in tacco e cappotto. Sanno tutto di lei — il vai e vieni degli uomini, gli appartamenti, i soldi. Sanno tutto e non sanno niente. Perché Elena Russo non esiste. Si chiama Mira Kovač. È bosniaca. Ex ispettrice di polizia nella squadra antitratta di Sarajevo. Ha ventitré anni quando entra in caserma e ventisette quando ne esce — non dalla porta principale, dalla finestra, di notte, con una borsa che pesa meno di tre chili e un passaporto con un nome che non è il suo. In mezzo c’è un uomo che la compra un pezzo alla volta — prima un paio di orecchini, poi un vestito, poi una firma su un documento che non avrebbe dovuto firmare — e un collega che la scopre e le dà ventiquattr’ore per sparire. A Palermo diventa Elena. Capelli biondi, accento levigato, sei appartamenti e sei ragazze dell’est che gestisce con una cura quasi materna e una distanza assoluta. Costruisce una vita — precisamente, metodicamente, come si costruisce una copertura. Funziona. Per quattro anni funziona. Poi una delle ragazze sparisce. E un commissario della squadra mobile la guarda in un modo che nessuno la guardava da anni — non come un uomo guarda una donna, come qualcuno che sta cercando qualcosa e non sa ancora di averla trovata. Una poco di buono è un romanzo sulla distanza tra chi sei e chi fingi di essere, sugli oggetti che accetti e che ti cambiano, sugli specchi che non mentono anche quando vorresti che lo facessero. È la storia di una donna che sa sparire meglio di chiunque altro e che per la prima volta deve decidere se restare. Sedici capitoli tra Sarajevo, Palermo e Roma. Una voce in prima persona fredda, precisa, che racconta tutto tranne quello che conta. Un finale che non dà risposte perché il personaggio non ne ha.