
William Capetti - Il Tempo E Lo Spirito Dei Vivi (2026)
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Non tutti i viaggi conducono in un luogo. Alcuni aprono una fenditura.Un occidentale “da tempo inoltrato nell’età della ragione” giunge nel Delta del Mekong. È abituato a osservare con uno sguardo archeologico, stratigrafico: sotto la superficie delle cose — un tempio, le sostanze limacciose portate dal fiume, un volto incontrato per caso — c’è sempre un sedimento, una formazione, una memoria.
Ma ciò che incontra non si lascia ricondurre nel resoconto di un viaggio. Quello sguardo, che credeva di poter leggere i luoghi e i volti, viene a sua volta attraversato. Sull’isolotto di Con Son si apre infatti una fenditura nel reale: i luoghi non si offrono più come oggetti d’osservazione, ma come presenze che trattengono e rilasciano sovrapposizioni dimensionali; i volti non rimandano a un’origine, ma sembrano emergere da più linee del tempo. E una figura ritorna, si sposta, riaffiora: porta il nome di Alice e prende a prestito corpi, gesti, età diverse.
Nel secondo libro, ciò che si è manifestato come esperienza diventa parola, confronto, ferita. Una giovane studentessa lo incalza: “Il tempo, ai tuoi occhi, prende sempre la forma di una linea… Sembra che nulla torni nel tuo tempo.” Da lì il dialogo oltrepassa razionalità e metafisica e tocca il suo punto più intimo: se nulla di ciò che è stato vissuto si perde, allora il passato non è una terra estinta, ma qualcosa di vivo, ancora capace di mutare; e se il futuro è un retro-generatore di senso, allora può restituire nuovi significati a ciò che credevamo concluso. Ma proprio su questa soglia emerge anche il timore più profondo: non solo quello della perdita, bensì della cancellazione, della “condanna della memoria”, dell’essere sottratti al ricordo di chi continua ad apparire e a sfuggire.