Anton Soliman – Viaggio con il mulo (2026)

Cosa succede quando smetti di tornare a casa?
Oskar ha quarant'anni, un lavoro da architetto ridotto a timbri e fornitori, una convivenza spenta con Sandra, una compagna accidiosa e una finestra d'ufficio da cui guarda gli autobus andare e venire.
Una sera, in un film western di seconda serata, vede un cercatore d'oro che attraversa la prateria con tutto ciò che possiede in groppa a un mulo. Una tenda, un cavalletto, una padella. Un uomo libero perché autosufficiente.
Il giorno dopo Oskar fa l'unica cosa sensata: molla tutto.
Compra un mulo, carica un cavalletto da pittore e parte senza meta lungo i sentieri rurali di una campagna abbandonata, alla ricerca dei paesaggi segreti.
Non è un'avventura eroica. È un viaggio a passo di mulo tra borghi abbandonati, masserie, pastori e donne enigmatiche come Brenda, tra notti sotto le stelle e quadri che finalmente riescono ad emergere dal suo insight. Il mulo non è un mezzo, è uno specchio silenzioso che gli insegna la lentezza, la gioia senza radici e l'arte più difficile: perdersi per uscire dal conosciuto, fuori dalla monotonia di una esistenza senza anima.