«Sulla porta dello studio era installato un meccanismo d’apertura elettrico. Premendo un pulsante rosso, il chiavistello scattava rumorosamente. Appena quel Clack! echeggiava nell’aria, dalla stanza dell’amico-collega partiva una frase in dialetto veneto. Sempre la stessa, tutte le sere: Bea vita! Bella vita. Sottintendeva che uscivo presto. Che mi preoccupavo abbastanza poco di rivedere atti, controllare fascicoli, studiare sentenze. Meno di quanto avrei dovuto? Di certo meno di lui».
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