Gli otto «saggi» raccolti in questo volume appartengono alla parte non narrativa dell'opera di William Burroughs. Per quanto permanga largamente misconosciuta, nondimeno questa ricerca condotta in margine alle proprie opere narrative è essenziale. D'altronde non ne è separata. Al contrario, essa ne costituisce la risonanza e il prolungamento. Disseminata in diversi periodi, essa ha l'aspetto di un'escrescenza concertata. Fedele alla strategia di scrittura che aveva deciso dopo "Il pasto nudo", Burroughs considera questi scritti sparsi una sorta di libro fantasma, come un'opera deflagrata in uno spazio in espansione indefinita.
In effetti, per quanto Burroughs abbia tenuto a qualificare questi testi «saggi» e per quanto essi rappresentino il versante critico e implicitamente teorico della sua avventura nella letteratura contemporanea, essi restano indissociabili dall'altro versante che assume veste narrativa. La relazione che s'instaura fra i due tipi di scrittura non è soltanto di complementarità, servendo l'una a rendere più fruibile e accessibile l'altra, ma anche e soprattutto una relazione d'ininterrotta interferenza, di reciproca corruzione e contaminazione. Essendo la frontiera fra i due generi incessantemente trasgredita, «narrativa» e «saggistica» si macchiano d'impurità: in quel che si annuncia su di un piano specificamente riflessivo si opera ben presto una metamorfosi volta a creare un'altra temporalità, quella del romanzo. Allo stesso modo, romanzi e racconti includono il metodo stesso con cui sono concepiti e costruiti. In questo movimento giubilatorio che trasforma le tecniche di scrittura nei loro effetti (la fondazione di un immaginario), e che inversamente riconduce la narrativa ai suoi presupposti, la distanza che separa questi due tipi di funzionamento è pressoché nulla.
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