"Ricomincio da tre", il primo film di Troisi, fu una rivelazione. Arrivò proprio all'inizio del decennio (era l'81) craxiano e reganiano che ci avrebbe dato, oltre a tanta volgarità, anche il calore della sua timida grazia, dei suoi meravigliosi balbettamenti, della sua poetica comicità posteduardiana.
Massimo aveva ventotto anni e occhi languidi, ma acuti per guardare. Come Verdone a Roma e il più astratto Benigni a Firenze, a Napoli fu Troisi l'analista affettuoso e spietato della sua generazione, il narratore e l'interprete più sensibile dello spirito del tempo. Oggi, in questo libro, non solo ritroviamo la sua lucidità, ma rimaniamo anche incantati dalla costruzione letteraria dei suoi discorsi. E risentiamo nel cuore quel calore, presi dalla contraddittoria sensazione di volere a un tempo ridere e commuoverci. Un piccolo miracolo prodotto dalla lettura di frasi, dichiarazioni, risposte che sarebbero andate perse senza il lavoro di Marco Giusti, infaticabile filologo dell'etere contemporaneo.