Che cosa importa, dopo tutto, che Alessandro III il Macedone (356-323 a.C.) fosse un individuo sovrumano, un genio, per non dire un Dioniso incarnato, un "dio invitto", come alla fine si fece ufficialmente chiamare nel 325, o che fosse invece fin dal suo avvento un bruto sanguinario, e poi un tiranno inebriato dal successo, dalle adulazioni e dall'abuso di vino rosso, un eroe discendente da Ercole e da Achille, un visionario o un mezzo pazzo i cui eccessi ne precipitarono la fine, all'età di trentadue anni? Nel corso della sua vita, e per almeno vent'anni dopo la sua morte, ha avuto i suoi ammiratori e detrattori, tutti ugualmente appassionati. Tanti complotti orditi contro la sua persona, tante sollevazioni in Europa e in Asia debbono corrispondere a un qualche odio giustificato. Oltre la metà dei Greci lo detestava, quando non impugnava apertamente le armi contro i suoi ufficiali o le sue creature. Nella stessa Macedonia, Cassandro, il successore, fece giustiziare la madre, la moglie, il figlio di Alessandro, senza provocare, tra il 315 e il 310, il minimo disordine.
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