Carl Hart è un afroamericano cresciuto in uno dei peggiori sobborghi di Miami. Aveva solo dodici anni la prima volta che ha visto con i suoi occhi la scena di un omicidio «per questioni di droga». Era ancora un ragazzo quando ha perso il suo primo amico, ucciso in uno scontro a fuoco, ed era poco più di un adolescente quando faceva il DJ, esibendosi con rapper del calibro di Run-DMC e Luther Campbell, e si buttava a terra se qualcuno cominciava a sparare. I suoi cugini Michael e Anthony rubavano alla loro stessa madre e lui pensava che quel gesto fosse una conseguenza diretta della «dipendenza da crack», la droga che aveva invaso le comunità afroamericane più povere di Miami a partire dalla metà degli anni Ottanta. Poi un giorno è diventato uno studioso di neuroscienze, ha vinto prestigiose borse di studio, ha scritto decine di articoli sui reali effetti delle droghe sulla psiche umana, ha riscosso diversi riconoscimenti per la sua attività didattica alla Columbia University, ha indossato il camice bianco da laboratorio e, dopo numerosissimi esperimenti, ha radicalmente mutato opinione sulla questione della «dipendenza» dalle sostanze stupefacenti. Questo libro nasce dal suo lavoro di neuroscienziato e dalla sua vita di afroamericano vissuto in un povero sobborgo di Miami. È il magnifico memoir di un giovane uomo che si è sottratto al suo destino di emarginazione e, ad un tempo, un prezioso contributo scientifico che mostra come l’isteria emotiva che aleggia attorno alle droghe illegali oscuri i veri problemi.
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