La questione del rapporto tra il linguaggio e il potere è tornata ad imporsi in questi ultimi anni all’attenzione delle scienze umane. Dopo un lungo periodo in cui le discipline più disparate hanno gareggiato tra loro nel celebrare la potenza magica delle parole, si è tornati a diffidare della forza rituale dei discorsi. Opera che inaugura la nuova indagine critica delle strutture linguistiche, il libro di Bourdieu mostra che questa diffidenza non si muta necessariamente in misologia. Bourdieu disincanta l’universo delle parole, mette a nudo i riti solenni del discorso, ma inventa anche una nuova gaia scienza che, alla maniera di Nietzsche, ripotenzia e rivitalizza il suo oggetto. Guidato da questa scienza, il lettore potrà scorgere come, tanto nelle trite espressioni del linguaggio quotidiano quanto nella lingua solenne dei filosofi (magistrali pagine sono, a questo proposito, dedicate al linguaggio pastorale di Heidegger) sia all’opera un gioco che, attraverso atti più o meno ritualizzati, ha per armi essenziali le parole dette e non dette, per obiettivo la conquista di poteri molteplici, per strategia la distinzione.