
Qualunque studioso si accinga ad intraprendere lo studio del sindacalismo fascista, interessato ad analizzare la complessità del sistema delle relazioni industriali e dei rapporti tra lavoratori e stato durante il fascismo, non può non rimanere sorpreso dall’immagine di queste organizzazioni di massa offerta dall’indagine storiografica: l’immagine sbiadita e incerta di un’istituzione che ha progressivamente perduto persino la dimensione e il significato di un oggetto di ricerca, soprattutto man mano che ci si allontana dalle sue origini e da quel fatidico 1926, assunto a spartiacque invalicabile della storia del movimento operaio.
Non è casuale quindi la scarsità di studi sui sindacati fascisti e sulla classe operaia soprattutto negli anni trenta, che, agli inizi del decennio scorso, aveva lamentato Leonardo Rapone, autore di una rassegna storiografica sull’argomento
Le ragioni sono complesse, ma sostanzialmente mi sembrano riconducibili al fatto che la storiografia sia stata in gran parte debitrice delle sue ipotesi interpretative, sul fascismo in generale e sul sindacalismo in particolare, all’impianto critico elaborato dall’antifascismo militante.
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