
Una delle constatazioni più immediate che si può trarre dalla consultazione di uno di quei tanti repertori cronologici in cui si trova raccolta la legislazione dell’Italia fascista riguarda senza dubbio l’entità, davvero cospicua, della produzione legislativa varata dal fascismo e destinata a cancellare nell’arco di un ventennio il volto istituzionale della vecchia Italia liberale. Si può dire che non vi fu aspetto della vita e della società nazionale che riuscì a sfuggire alla vasta e profonda azione di trasformazione imposta dal legislatore fascista e che non fu piegato alla esigenza, sempre sentita fortemente dal regime, di realizzare uno stretto ed accentrato controllo politico sui diversi settori e sulle diverse materie su cui si andava legiferando. Si pensi, solo per fare qualche accenno concreto ad una casistica la cui riproduzione analitica sarebbe qui impensabile, alla riforma dei codici (civile, di procedura civile, penale, di procedura penale, di navigazione, penale militare) a quella di alcuni grandi istituti pubblici (Corte di cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei conti, ecc.); si pensi ancora alla radicale modifica della contabilità dello Stato, al testo unico sulla finanza locale e a quello di pubblica sicurezza, alla disciplina delle professioni e del pubblico impiego; si pensi ancora a quanto fu fatto in materia di istruzione e di ordinamento scolastico, di biblioteche e di archivi, per non dire poi della riforma bancaria e della nascita dei grandi enti economici di Stato (Iri, Imi, ecc.) o di tutto il sistema mutualistico con quella proliferazione di enti preposti alla sua gestione (Inps, Inail, Inam, Enpas, ecc.) i cui statuti, è superfluo ricordarlo, furono concepiti e realizzati appunto sotto il dominio della dittatura fascista. Questa elencazione parziale ed incompleta serve tuttavia a ricordare, non certo a chi opera attivamente nella realtà quotidiana del nostro paese, quale sia la natura e la provenienza di quei lunghi e tenacissimi fili che ancor oggi fanno vivere in esso l’eredità di un periodo certamente drammatico della nostra ancor recente storia nazionale; un’eredità che si dimostra con evidenza, ogni giorno di più, anacronistica e inadeguata a fronteggiare con credibili possibilità di successo i molti, gravi e sempre nuovi problemi che nascono dal seno di una società che può tutt’oggi essere definita — statistiche alla mano — come la settima potenza industriale del mondo capitalistico.
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