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Quando i wawanga che vivono alle pendici del monte Elgon, in Kenya, attribuiscono una malattia all’influsso maligno di uno spirito trapassato, esumano il cadavere, bruciano le ossa su un nido di formiche rosse, quindi raccolgono le ceneri in un cesto e le gettano nel fiume. Talvolta, anziché riesumare la salma, conficcano una pertica appuntita nella bara e per maggior sicurezza vi versano sopra acqua bollente: così ritengono di sopprimere definitivamente lo spirito che causa la malattia.
Nella Paura dei morti nelle religioni primitive, opera nata da due cicli di conferenze tenute tra il 1932 e il 1933 da Sir James George Frazer al Trinity College di Cambridge, l’ipotesi di fondo è che esista un atteggiamento unico nei confronti delle anime dei defunti: l’uomo cerca di liberarsi dei pericolosi spiriti dei morti ora con la persuasione e la conciliazione, ora con la forza e l’inganno; questa paura dei morti è all’origine delle religioni «primitive» di tutte le epoche e latitudini.
Come già nel Ramo d’oro – in cui si analizzavano le somiglianze tra le credenze mitiche, magiche e religiose dei popoli di tutto il mondo, comprese le civiltà antiche e la prima cristianità, fra riti di fertilità, sacrifici umani, capri espiatori, nozze sacre, re maghi e dèi morituri –, così nella Paura dei morti, testo centrale nel corpus della sua opera, Frazer disvela la correlazione simbolica tra mito e rito, corroborando le sue argomentazioni, oltre che con un’esposizione brillante quanto rigorosa, con una ricca messe di notizie documentarie cui ancora oggi gli studiosi di mitografia attingono.
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