Dionigi Longino - Il sublime (1988) A CURA DI ELISABETTA MATELLI
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Il trattato sul Sublime, un piccolo gioiello della letteratura greca di età imperiale, contiene una delle più antiche, e senz'altro la più importante, riflessione classica sulla natura della bellezza letteraria, rappresentata dalla parola hypsos, «vetta» o «apice», e metaforicamente «sublime». Il fine dell'opera è didattico e pratico: l'autore si propone infatti di insegnare «come noi possiamo elevare le nostre doti naturali» al punto da poter creare un'opera così elevata che innalzi alla propria vertiginosa altezza l'animo di un lettore o di un ascoltatore. I suoi precetti non sono meramente tecnici: li sostanziano infatti due attitudini naturali quali la magnanimità (che si apre ad una prospettiva metafisica) e la passione. Ma di più: come già osservò il primo traduttore francese dell'opera, N. Boileau (1674), en parlant du Sublime, il est lui-mesme tres-sublime.
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