Sarebbe falso affermare che Walt Disney è un semplice commerciante. Non si tratta di negare la massiccia industrializzazione dei suoi prodotti: film, orologi, ombrelli, dischi, saponette, altalene, cravatte, lampade, eccetera, inondano il mercato. Fumetti su cinquemila giornali, traduzioni in più di trenta lingue, letti in cento paesi. Solo in Cile, secondo la rivista stessa, queste produzioni culturali reclutano e soddisfano ogni settimana più di un milione di lettori, e, mutata ora nella Empresa Editoria Pinsel (Publicaciones Infantiles Sociedad Editora Ltda.), la casa editrice Zig-Zag rifornisce tutto il continente latinoamericano di pubblicazioni marca Disney.
Su questa base di operazioni nazionale, in cui tanto si vocifera degli oltraggi (e sinonimi: intimi dire, coartare, reprimere, minacciare, calpestare, eccetera) alla libertà di stampa, questo gruppo economico, in mano a finanzieri e filantropi del regime precedente (1964-1970), meno di un mese fa si è permesso il lusso di innalzare parecchi dei suoi prodotti quindicinali al rango di settimanali.
Al di là delle quotazioni in borsa, le loro creazioni e i loro simboli sono diventati una indiscutibile riserva del patrimonio culturale dell’uomo contemporaneo: i personaggi sono entrati in ogni casa, stanno appesi ad ogni parete, vengono abbracciati come pupazzi о sui cuscini, e in cambio invitano gli esseri umani ad appartenere alla grande famiglia Disney, al di là delle frontiere e delle ideologie, al di qua degli odi e delle differenze e dei dialetti. Su questo passaporto si omettono le nazionalità, e i personaggi diventano il ponte sovrannazionale attraverso il quale gli esseri umani comunicano tra loro. In questo clima di entusiasmo e tenerezza, ci dimentichiamo del marchio di fabbrica registrato.
Disney è dunque parte — a quanto sembra, immortale — della nostra abituale rappresentazione collettiva. In più di un paese si è accertato che Topolino supera in popolarità l’eroe nazionale di turno....