Il racconto è una crudele e, al tempo stesso, disarmante profezia su quanto il protagonista (un Alessandro Veronesi, non si sa se semplicemente omonimo o perfetto clone dell'autore) farà peraccompagnare il padre alla morte. Il narratore di prima persona, anonimo ma forse voce interiore o coscienza o ("Io so chi sei, Alessandro Veronesi, conosco l'animo tuo, e ti dico che...": questo è l'incipit, ex abrupto), pronostica al "tu" protagonista la parabola discendente delle cure al padre. Il tutto al futuro (e quanto è difficile mantenere per un intero racconto il tempo futuro? Non serve leggere Weinrich per intuirlo), o meglio in una sorta di "futuro remoto": un futuro già scritto, che non ammette infrazioni, né alternative.
A sottolineare l'inevitabilità di quanto predetto, la formula martellante "io so e ti dico che", che ritma d'ineludibilità quest'unico enorme periodo sintattico che è il racconto. Ma non è un racconto d'ampio respiro, né lo è la sintassi: il ritmo è piuttosto franto, di frasi giustapposte, colme di azioni che denunciano la vuotezza di ogni tentativo per alleviare le pene del padre e, di riflesso, la sofferenza del figlio. E' un respiro sintattico sincopato, a tratti rapidissimo, altrove disteso, in accordo con il respiro dell'ammalato.
Si tratta anche di un racconto realistico, così impregnato di farmaci, effetti della malattia, nomi di medici e di terapie possibili. Non c'è il ristoro della fede, né l'utopia della guarigione.
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