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Agli albori del verismo, il lombardo Carlo Dossi, un giovane aristocratico avviato alla carriera diplomatica ma innamorato con profonda ostinazione della letteratura, scrive uno dei romanzi più singolari e bizzarri della narrativa moderna, "La Desinenza in A". Protagonista assoluta la donna, vista nelle sue mille sfaccettature, vagheggiata e impietosamente giudicata, considerata un sottoprodotto dell'uomo ma, insieme, elevata sul piedistallo di regina. Attraverso una narrazione 'antinarrativa', divagante e cerebrale, scandita, come una rappresentazione di teatro, in singoli atti e singoli quadri ambientati a Milano, l'autore riversa la sua passione e il suo odio; ma dà parimenti corso all'estro di una vena di perentoria originalità e personalissima impronta, che lo distingue con tratti inconfondibili dagli scrittori della sua epoca. Miriadi di citazioni dotte, giochi di parole, allusioni, doppi sensi aggrovigliano il testo; lo ravvivano centinaia e centinaia di lombardismi, che testimoniano l'attaccamento tenace a una tradizione materna e datrice di vita, anche se ormai lontana nel distacco della maturità. Benché regno dell'ambivalenza emotiva continua, "La Desinenza in A" ha un unico personaggio, l'autore. E' il mondo interno del Dossi quello che viene con tanta urgenza drammatica e tanti artifici dissimulatori esibito nella pagina. Ma, soprattutto, curioso davvero che, a poco più di vent'anni dalla nascita di Freud, un giovane rampollo di famiglia lombarda ci abbia, anche se con mille reticenze, raccontato già tutto della vita segreta dell'«io».