Pochi scrittori come l’inglese Malcom Lowry sanno raccontare il primordiale senso di colpa che accompagna i destini dell’umanità. Più vicino a Conrad e a Melville che a Dostoevskij, l’autore di Sotto il vulcano trasforma l’autobiografico console Geoffey Firmin in un capro espiatorio dell’angoscia metafisica. Lo sfrenato narcisismo di quest’uomo ironico e appassionato, lucido anche nelle nebbie del delirio alcolico, è un retaggio romantico approdato agli esperimenti del romanzo moderno. E il Modernismo letterario di matrice anglosassone, situato fra il 1910 e il 1930 – suo massimo vertice l’Ulisse di Joyce – è la culla in cui matura la narrativa di Lowry, quasi tutta tradotta in italiano fin dal racconto «Elefante e Colosseo» (presentazione di Emilio Tadini, Quaderni milanesi n.1, autunno 1960).
Sotto il vulcano, romanzo a più strati dalla tecnica molto elaborata, gioca sulla dilatazione e la contrazione del tempo la sua principale regola compositiva. Di volta in volta definito inno alla vita, inno alla morte, poema dello sradicamento, creaturale cantico d’amore, viaggio nostalgico alla ricerca del sacro, allegoria moderna della redenzione, si può aggiugngere ciò che ne disse Lowry medesimo: «sinfonia d’opera o film d’avventura, una profezia, un monito politico, un criptogramma, una musica hot, una canzone, una tragedia, una commedia, una farsa e così via…