«Mentre guidava tornando a casa, in una tranquilla domenica sera di inizio Maggio, Gaio Lucilio Zanicchi si stava dicendo che in fondo, in vita sua lui aveva avuto solo due veri problemi esistenziali, una da molto giovane ed uno ora, e tutti e due vertevano intorno al fatto di essere ‘Gaio’. Nel senso (primo problema) di portare un nome così impegnativo e desueto. Gaio Lucilio. E tutto perché il padre era un appassionato dell’antica poesia latina…
…D’altra parte, questo del nome, come problema era in fondo un fastidio onnipresente e ridicolo, ma di poco conto, rispetto all’altro. Il problema vero (il secondo) era conseguenza del fatto che lui era ‘gaio’ anche nel senso di essere gay.
Gaio era quindi gay di nome e di fatto…
…Oltre tutto anche questo, in assoluto, non sarebbe stato un problema se non per il fatto che Gaio Lucilio Zanicchi era anche un giudice: un giovane GIP, un ‘giudice delle indagini preliminari’ dello Stato Italiano, presso la Procura della Repubblica di Roma, detta ‘il porto delle nebbie’. Un ambientaccio…».
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