
Se c’era uno che non aveva i numeri per sfondare come DJ e musicista nella scena dei club newyorkesi a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta, quello era Moby. In un’epoca in cui la dance era ancora sostanzialmente un fenomeno underground, radicato soprattutto nella comunità operaia afroamericana e latinoamericana, Moby era un ragazzino bianco pelle e ossa proveniente dal cuore del Connecticut, un cristiano devoto, vegano e astemio in una scena nota per lo sfrenato edonismo tossico. A New York avrebbe imparato cosa vuol dire quando ti sputano addosso, in senso letterale e figurato, e a vivere con nulla o quasi nell’era dell’AIDS e del crack, ma anche in un sottobosco culturale provocatorio e festoso. Generoso quanto inesorabile nel ricostruire un mondo perduto, Porcelain è il ritratto di una città e la storia di un successo trovato e perduto, amato e odiato. Una rara autobiografia musicale capace di raccontare non solo una scena, ma un’intera epoca e persino una dimensione eterna della condizione umana.
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