Visto da terra, il cimitero di automobili sembrava sconfinato. La luna, affacciandosi tra le nuvole, si rifletteva su migliaia di cristalli e lamiere cromate. Le quattro figure passarono sotto un lampione, proiettando lunghe ombre sul terreno chiazzato d’olio, mentre percorrevano una sorta di canalone fra cataste di rottami alte sei metri.
Uno dei tre uomini portava una lanterna che cigolava dondolando avanti e indietro.
La donna, Marta Ruiz, indossava calzoni di pelle aderenti che mettevano in risalto la curva dei glutei, le gambe sode, i polpacci torniti. Il maglione che portava sotto la giacca a vento la proteggeva dal gelo. La visiera del berretto le teneva in ombra il viso, mentre i capelli le ricadevano sulle spalle, raccolti in una coda di cavallo. In abito da sera, poteva tramutarsi in una bellezza esotica mozzafiato, capace di far balbettare gli uomini più spigliati.