La singolarità di Amarcord sta nel suo rifiutarsi alle definizioni. Che
cos’è esattamente? Una autobiografia? Un romanzo? Le perplessità
aumentano di pagina in pagina insieme con l’interesse, l’illusione o la
quasi certezza di carpire il momento magico in cui un film da teoria
comincia a diventare pratica, l’azione che trasformerà un’ossessione
individuale in suggestione collettiva. Arrivato in mezzo al cammino, il
regista de I vitelloni, La dolce vita, Otto e mezzo e Roma, ovvero delle
opere più autobiografiche che ci abbia dato il cinema italiano, si
rivolge ancora indietro, ma per recuperare una dimensione diversa dalla
miniera della memoria. La storia che sta insieme, prima e dopo i suoi
film. La storia non solo di un uomo o di un gruppo di uomini uniti
dall’età o dalle circostanze, ma di un’intera comunità, la mitica
origine romagnola. E in questo recupero si trova accanto un altro
romagnolo, che al cinema ha dato sino ad ora il meglio come
collaboratore di Michelangelo Antonioni. Il testo che qui presentiamo è
il primo risultato di questa alleanza, un testo da vedere più che da
leggere.
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