
Giuseppe Culicchia - La mia Germania. Storia di un amore clandestino (2026)
Strana cosa, il tifo calcistico. Impossibile sapere quale sia la scintilla che fa scattare quella fascinazione così irrazionale; di certo c’è solo che una volta che si è cominciato a tifare per una maglia, per dei colori, poi non si può più cambiare. Diventa una nostra caratteristica, un tratto distintivo, un aspetto – nemmeno troppo secondario – della nostra dimensione esistenziale. Vale per tutti, e vale anche per Giuseppe Culicchia: se due soldati tedeschi, durante la Seconda guerra mondiale, non avessero salvato suo padre, oggi Culicchia non esisterebbe, e forse è anche per questo che, quando il piccolo Giuseppe vide in televisione la leggendaria partita tra Italia e Germania dei mondiali del Messico del 1970, l’istinto lo spinse a tifare per i giocatori in maglia bianca, tra i quali spiccava Franz Beckenbauer, con il leggendario braccio al collo. «Fu la prima uscita pubblica del mio spirito di contraddizione». Quella passione non si è mai più spenta, e Culicchia da allora – complice il fatto che durante la sua infanzia e adolescenza l’Italia è sempre stata prima ancora che azzurra bianconera – ha sempre tifato, oltre che per il suo Toro, per la Nationalmannschaft, appunto la Nazionale tedesca, tra gioie e dolori, spesso – a causa dei tanti incroci con l’Italia – totalmente speculari a quelli dei suoi compatrioti. La mia Germania racconta di questo amore radicato e clandestino, e Culicchia ripercorre, con l’acume dell’appassionato, non solo le vicende calcistiche dei “Bianchi”, ma anche una parte importante della sua vita, e l’evolversi della sua ammirazione per la Germania in generale, per la sua cultura, la sua arte, il suo spirito.